CALZATURE, CASO DI CONTRAFFAZIONE. MECOZZI: CHI CI TUTELA?

CALZATURE, CASO DI CONTRAFFAZIONE. MECOZZI: CHI CI TUTELA?

Una donna inglese acquista un paio di scarpe classiche, da uomo, numero 42, in un mercato a sud di Londra. La calzata, però, sembra sbagliata, le scarpe sono troppo strette. Così la donna cerca il produttore on line, trova il sito web, la mail di contatto e scrive per avere informazioni su un eventuale reso e per acquistare un nuovo paio.

La ditta risponde chiedendo di sapere di quale modello si tratti ed è a quel punto che arriva la sorpresa: guardando le foto della scarpa e della sua scatola il titolare si rende conto di trovarsi di fronte ad una contraffazione a tutti gli effetti.

E’ quanto accaduto al calzaturificio di Monia Parmigiani, di Montegranaro: “A prima vista il prodotto e la scatola sembravano davvero identici ai nostri – racconta l’imprenditrice – ma quando ce li hanno spediti ci siamo accorti che era una scarpa piuttosto dozzinale e alcuni piccoli dettagli hanno confermato che si trattava di un falso: dai caratteri della scritta “Bruno Parmigiani” al colore dell’etichetta del sottopiede e impercettibilmente anche quello della scatola, e altro ancora. Essere copiati ci ha stupito, non credevamo potesse succedere proprio a noi, che siamo dei piccoli artigiani e non certo una grande griffe”.

Un caso davvero curioso, in cui nonostante tutto il calzaturificio ha ottenuto un nuovo cliente, avendo poi provveduto ad inviare al cliente una scarpa fatta su misura, per la quale ha ricevuto grandi complimenti.

 Il consumatore acquista un prodotto che crede sia fatto in Italia e viene ingannato. Di fronte a episodi del genere, un’impresa artigiana quali strumenti ha per farsi valere? – si chiede il portavoce regionale e territoriale del settore calzature di CNA Federmoda, Gianluca MecozziPurtroppo non c’è da stupirsi, perché la contraffazione è fenomeno grave e conosciuto, che provoca molti danni, a partire da quello di immagine. La domanda è la stessa da sempre: chi ci tutela? Chi tutela il lavoro svolto nel rispetto delle regole, il know how degli artigiani, la creatività, gli investimenti, i sacrifici? Basti pensare che la pratica di registrazione del marchio, da fare magari in diversi Paesi, ha un costo che non è alla portata dei produttori di piccole dimensioni. Si tratta di un’ulteriore dimostrazione di come all’estero il made in Italy sia ancora percepito come un valore e sia apprezzato, mentre nel nostro Paese gli scaffali dei negozi sono pieni di prodotti d’importazione”.  

Pubblicato da: Stella Alfieri

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